Vidor, Mario - In Silenzio

Inaugurazione: 15 Novembre dalle ore 19:00

Galleria: Anteprima d'arte Contemporanea - Roma

a cura di:  Luigi Di Gioia e Noemi Pittaluga

Testo critico di Noemi Pittaluga

 

Con curiosa attenzione, lo sguardo si accosta a rarefatti orizzonti marini, cristallizzati dallo scatto fotografico di Mario Vidor. In silenzio, titolo di questa serie di paesaggi, spinge l'osservatore a entrare in contatto con l'immagine attraverso una prolungata azione visiva. Come in un ralenti cinematografico, il fruitore sembra sperimentare emotivamente una dilatazione spazio-temporale che, inevitabilmente, lo trascina in una nuova dimensione psichica e mentale. Simili ad opere sacre e quindi auratiche (nonostante la riproducibilità del mezzo fotografico), i lavori di Mario Vidor si presentano come laiche icone a cui rivolgere le nostre domande più urgenti. Il mare, le barche, le reti, gli alberi sono i soggetti mostrati dall'artista che usa questi elementi come se fossero istanti di una meditazione interiore con la quale, prima o poi, ognuno deve fare i conti. Manifestazione profonda della personalità intimista dell'autore, le sue creazioni sono lo specchio di un'espressione linguistica totalmente atona e prettamente iconica. Pur mantenendo una solida identità stilistica, Vidor è indubbiamente capace di interpretare trasversalmente situazioni figurative differenti nel contenuto e nella rappresentazione. La scelta di una luce evanescente, delle prime ore del mattino, per le immagini a colori e il sapiente utilizzo del contrasto tra chiarore e ombra per le immagini in bianco e nero sono il fil rouge e l'impronta evidente di un paradigma compositivo ormai consolidato. In punta di piedi, l’artista ci indica uno spazio simbolico, relegato al pensiero che, qui, può nascere solo nella quiete solitudine naturale. Più lo scenario appare privo di suoni - spesso simbolicamente attutiti dalla neve fresca - più la riflessione aumenta replicando, metaforicamente, il rumore incessante dell'ingranaggio cerebrale, rappresentato dal costante scrosciare del mare sulla battigia. E in questa sorta di fusione ascetica con uno spazio altro, lo spettatore - come lo stesso autore al momento della scelta del soggetto da immortalare - non può che immergersi e farsi invadere da una nuova condizione esistenziale. Non è un caso che le opere, nelle quali la presenza umana è quasi del tutto assente, diventino un rifugio contemplativo offerto al pubblico. Un locus amoenus privato in cui, finalmente, il turbolento trova conforto in una condizione spirituale e consolatoria.

 

Noemi Pittaluga

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Vidor,Mario

Le pietre della memoria

 

16 novembre 2017 - 23 febbraio 2018

 

Inaugurazione: giovedì 16 novembre ore 19.00

 

La Galleria Anteprima d'Arte Contemporanea è lieta di presentare Le pietre della memoria, una mostra personale di Mario Vidor a cura di Noemi Pittaluga.

 

In Sicilia, tracce del passato e Roma, le colonne dell'Impero, Mario Vidor non attiva una mera riproduzione della realtà attraverso il mezzo fotografico, ma si distacca dal genere documentaristico creando un percorso visivo che trascende il soggetto inquadrato. Come statue totemiche del passato, le pietre, erose dal tempo, rimangono solidamente ancorate alla loro terra, immobili spettatrici degli eventi che hanno inevitabilmente modificato la società. L'utilizzo del bianco e nero accentua e sottolinea l'intenzione dell'autore; Vidor infatti sviluppa un ragionamento che si svolge seguendo due modalità di elaborazione: quella oggettiva, che prende in esame il passato storico, e quella soggettiva, che spinge colui che guarda a meditare sulle proprie esperienze. Il mare, le piante, il cielo, che si scorgono in lontananza nelle immagini, diventano elementi altrettanto protagonisti all'interno della composizione estetica, e la natura si fonde spontaneamente alle costruzioni di templi dedicati a divinità pagane (Tempio di Erode Vincitore, Tempio di Apollo Sosiano, Tempio della Concordia) e istituzionali (Villa Adriana, Arco di Costantino, Teatro di Selinunte) dei popoli graco-latini. Inoltre la classicità incontra la cristianità in diverse opere che inquadrano il Foro Romano e i monumenti, icone rappresentative della Capitale, come il Colosseo e Castel San'Angelo,  replicano la dualità percettiva trasmessa dall'immagine: il masso spesso squadrato - sopratutto nelle fotografie siciliane - si tramuta in un istante di memoria. L'incontro tra lo sguardo e l'opera si manifesta all'improvviso come un flashback emotivo; tasselli di un puzzle compongono un quadro intimo, uno spazio di riflessione e di raccoglimento. È spontanea l'immedesimazione con l'Adriano pensoso di Marguerite Yourcenar; per il tempo dell'osservazione lo spettatore sembra incarnare l'Imperatore all'interno del suo Teatro Marittimo e ragionare sull' '"immortalità intermittente" dell'umanità, sulla possibilità, seppur faticosa e quasi magica, di una comunità di intenti e di pensiero. La pace, la libertà, la giustizia e la cultura, simboli di civiltà, sono i valori che, citati nel romanzo, sembrano divenire focali per l'osservatore: siamo sicuri anche noi che, a intervalli irregolari, l'uomo riuscirà con impegno a ristabilirli. Proprio questo equilibrio tra spiritualità e forma, che si esprime nella nettezza dello sguardo degli scatti di Mario Vidor, trasmette al fruitore una condizione di armonia, di calma e di serenità che solo la saggezza dell'anziano, testimone di vita, è capace di elargire al suo ascoltatore. L'artista, attraverso questa personale mappatura degli edifici classici a Roma e in Sicilia, sembra imporci una tregua dalla frenetica e caotica quotidianità. La sdrammatizzazione degli accadimenti giornalieri può avvenire soltanto attraverso questo lucido atto di distacco che ci lascia ineluttabilmente un sorriso comprensivo e di apertura nei confronti del mondo.

 

 Mario Vidor (Farra di Soligo 1948) dalle prime esperienze pittoriche negli anni Ottanta, sposta la sua ricerca sulla fotografia, focalizzando l'attenzione in due direzioni: l'indagine storico-scientifica e il linguaggio creativo. Alla sua prima pubblicazione Sulle terre dei Longobardi (1989), sono seguiti diversi altri volumi di fotografia, e alcune singolari cartelle foto-litografiche. Ha vinto molti premi: nel maggio 2003 ha ricevuto il riconoscimento B.F.I. dalla FIAF e nel 2014 il riconoscimento A.F.I. Ha tenuto numerosissime mostre personali (oltre 290) nelle principali città italiane e all’estero (Francia, Germania, U.S.A., Repubblica Popolare Cinese, Croazia, Austria, Slovenia, Canada, Russia) dove le sue opere sono conservate in importanti collezioni di musei e gallerie.

 

Noemi Pittaluga (Genova 1985) Laureata e specializzata in Saperi e tecniche del linguaggio teatrale, cinematografico e digitale presso l'Università La Sapienza di Roma; dopo un Master in Curatore museale e di eventi performativi dello IED, si sta specializzando in Storia dell'arte presso l'Università La Sapienza di Roma. Ha pubblicato il saggio Un'identità incerta tra vita e morte (Editoria e Spettacolo, 2012) e il libro Studio Azzurro. Teatro (Contrasto, 2012); dal 2010 lavora come curatrice indipendente e presso la Galleria Gallerati di Roma.

 

Mario Vidor

Le pietre della memoria

A cura di Noemi Pittaluga

Anteprima d'arte contemporanea (Piazza Mazzini, 27 - 00195 Roma - Scala A, terzo piano - Tel. + 39 06.37500282 - Fax + 39 06.37353754)

Inaugurazione: giovedì 16 novembre 2017, ore 19.00

Fino al 23 febbraio

Orario: dal martedì al venerdì 15.30/19.00

Ufficio stampa: Anteprima d'arte contemporanea,

Informazioni: \n Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , www.anteprimadartecontemporanea.it

 

Piazza Mazzini, 27 - 00195 Roma - Tel. + 39 06.37500282 - info@anteprimadartecontemporanea.it - www.anteprimadartecontemporanea.it

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Angeli, Festa, Schifano - Piazza del Popolo

Inaugurazione: 04 Maggio dalle ore 19:00

Galleria: Anteprima d'arte Contemporanea - Roma

a cura di:  Luigi Di Gioia e Giuseppe Ussani d'Escobar

Testo critico di Giuseppe Ussani d'Escobar

 

Piazza del Popolo

Angeli, Festa, Schifano

 

Erano gli anni di quella Roma che rappresentava il centro del mondo, potevi anche non viaggiare, prima o poi tutti quelli che contavano: scrittori, artisti, attori, cantanti e registi avrebbero attraversato Piazza del Popolo. Un microcosmo magico con al centro il suo obelisco attirava personaggi che si muovevano tra la realtà ed il sogno. Tre giovani avrebbero eletto a loro regno questo splendido angolo della città eterna: Angeli, Festa e Schifano. Roma era in piena trasformazione, seppur radicata nella sua storia millenaria, le luci si accendevano e la notte diventava giorno e diventava voglia di vivere, di lasciarsi coinvolgere dall’euforia montante; era “la città che non dorme mai”, gemellandosi idealmente ed emotivamente a New York e a Londra. La pubblicità e la segnaletica delle strade penetravano la sensibilità attenta e vorace dei giovani, così come era accaduto precedentemente negli States, ed ecco i primi monocromi di Schifano, smussati nei loro contorni come delle diapositive, si riempiono delle immagini della Coca Cola e della Esso, sigle che erano entrate nel nostro quotidiano con l’incisività dei caratteri delle antiche lapidi romane che sfilavano lungo l’Appia, formule del nuovo rituale della modernità, dell’invito al consumo della società di massa. Schifano porta in queste scritte-immagini delle sbavature e dei gocciolamenti, il marchio-icona rimane sottomesso, nonostante la brillantezza ed apparente durevolezza, al logorio del tempo. Angeli realizza l’Half Dollar, l’aquila è un simbolo inequivocabile contaminato dalla retorica del potere, ma dalle mani dell’artista rinasce quale una fenice imperfetta, incompleta, comunque potente nella sua caratterizzazione tutta pittorica e visiva, recuperando l’immortalità del simbolo. I profili urbani delle nostre città erano irreparabilmente cambiati, le periferie si erano estese, i centri storici rinascimentali e barocchi subivano alterazioni e modifiche,  lo spirito della modernità era arrivato anche da noi con la sua attraente ed ipnotica violenza.  Festa, con la serie delle sue “Piazze d’Italia”, tra le quali “Il Castello Sforzesco”, evocava la tradizione antica delle nostre architetture, invocando la memoria umanistica a sostegno e testimonianza della nostra speciale superiorità culturale nel contesto europeo e internazionale. Allo stesso tempo le sue “Piazze” sono realtà sospese ed evanescenti, che rispecchiano la solidità e la fragilità surreale delle sue apparizioni. In quegli anni, un giovane  si muoveva nel mondo dell’arte e frequentava la Galleria Soligo, luogo d’incontri e di emozioni, di magiche convergenze, poiché nulla in questa vita è veramente casuale; l’amicizia con il gallerista faceva si che si appassionasse sempre di più a Tano Festa, fino ad invaghirsi di una delle più belle opere di questo artista: “Il Carnevale – Omaggio aEnsor”. Ensor e Festa in questa tela s’incontrano perfettamente, in una totalità di armonia, intuizioni ed emozioni.  Nei ritratti di quel periodo Tano incarna i suoi fantasmi, il desiderio appassionato di vivere, in una oralità bulimica di origine infantile:  i volti delle persone reali od ispirati ai capolavori della letteratura e dell’arte, conservano e denunciano sempre l’identità di maschere, burattini e bambole ed entrano ed escono dal palcoscenico del suo teatro che altro non è che Campo de’ Fiori; l’artista-giullare shakesperiano si è costruito così il suo “environment” nel quale mette in scena, tra il conscio e l’inconscio, il suo “happening” compiacendosi della reazione dei partecipanti-spettatori.   Le maschere, in Tano Festa ed in James Ensor, possiedono l’energia vitale ed esplosiva degli istinti più bassi e demoniaci dai quali si vorrebbe fuggire e che nel contempo servono ad allontanare la paura della morte, esorcizzandola.  “ L’Addio a Londra” è la sintesi dell’universo di Festa: la finestra non costruita ma dipinta si affaccia su Trafalgar Square, la messa a fuoco è sulla colonna di Nelson, poi uno stacco e s’intravede la scarpa e l’ombrello di un uomo che si allontana uscendo dalla superficie pittorica, una mano affiora dal nulla ad invadere la scena con un primo piano magistrale ed accenna un saluto, le nuvole in alto trascorrono nel cielo. Lo spazio vive di sovrapposizioni ed un film si svolge verticalmente in una successione di fotogrammi. Il cinema, la televisione e la fotografia, i nuovi mezzi per leggere ed interpretare la realtà avevano incantato la fantasia degli artisti. La bella “Palma”, circondata da colori luminosi e prepotenti, svetta nel suo biancore acceso, ed è quasi la proiezione di un miraggio che ci viene incontro dalla memoria nostalgica della lontana Libia, terra natale di Schifano, che egli rivivrà ancora nei suoi omaggi a Leptis Magna e nei cieli stellati.  Angeli, Festa e Schifano sono eredi e consumatori d’immagini culturali che estraevano dal contesto abitudinario della vita quotidiana rendendole Pop ed anche Op  e restituendole al vigore del simbolo. I tre compagni di vita e di avventure sono artisti border line, la cui esistenza è diventata essa stessa opera d’arte;  non hanno avuto paura della morte, con lei hanno convissuto nel porto franco del sogno, e proprio per questo non sono mai morti, forse non sono mai nati, forse sono stati solo immaginati, semplicemente personaggi immortali di un film che non si è mai concluso.

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Vidor,Mario

La nuvola perfetta

11 novembre - 31 marzo 2017

Inaugurazione (alla presenza dell'artista): venerdì 11 novembre 2016, ore 19-22.00

Luigi Di Gioia è lieto di presentare La nuvola perfetta, una mostra personale di Mario Vidor a cura di Noemi Pittaluga.

 

"La semplicità del bello e il bello della semplicità sono senza dubbio gli aspetti fondamentali presenti in tutti i progetti artistici di Mario Vidor. Nelle fotografie in bianco e nero della serie La nuvola perfetta, l'autore riprende un paesaggio campestre che si stacca dal suo referente reale per diventare uno scenario immaginifico. La capacità di creare, attraverso un'inquadratura quasi cinematografica, un mondo onirico e sospeso in una bolla aeriforme conferma la coerenza stilistica dell'artista. Se, infatti, i lavori in bicromia prevedono la presenza umana solamente in ambientazioni di massa per dar spazio principalmente agli elementi naturali (paesaggi di neve, marini, montani e fluviali), le opere dedicate ai nudi mostrano sculture dalle forme intricate, composte dai corpi intrecciati dell'uomo e della donna. La maturità artistica dell'autore è evidente anche nella fotografie dalle sfumature reportagistiche che propongono architetture di città europee e scorci esotici di paesi lontani. Le immagini di Vidor, pur avendo un'essenza prettamente iconografica, concedono all'osservatore delle suggestioni sonore in cui il silenzio è protagonista. Il rumore ovattato della neve calpestata, quello rilassante delle onde del mare suggeriscono lo sconosciuto effetto acustico di un'ipotetica passeggiata tra montagne di vapore. La ricerca della perfezione, che proprio nel suo essere inevitabilmente soggettiva è il motore da cui nascono le intuizioni visive dell'artista, porta all'affermazione pacifica e serena di questa verità. Negli scatti dedicati alle nubi, che manifestano spesso uno sguardo verso l'alto, si palesa l'accettazione della fatalità della vita. Il fenomeno metereologico della condensazione dell'acqua diviene una sorta di epifania positiva della coscienza che invita lo spettatore ad affrontare le problematiche giornaliere galleggiando nell'atmosfera quotidiana sempre a un palmo da terra." Noemi Pittaluga

 

Noemi Pittaluga "La fotografia in bianco e nero viene spesso associata alla sfera del ricordo, anche nella tua poetica è così?"

Mario Vidor "Sì, è vero; la fotografia in bianco e nero rimanda generalmente alla memoria. Se consideriamo il pensiero di Roland Barthes in La camera chiara, non possiamo esimerci dal confermare questo ruolo peculiare del linguaggio fotografico. La memoria visiva, rispetto a quella legata agli altri sensi (quella olfattiva, quella sonora, quella tattile e gustativa), è certamente la più immediata, la più emotiva per me, e il mondo della comunicazione ne è testimone. Ormai viviamo in una società in cui l'immagine è costantemente presente: il medium televisivo è stato solo l'inizio di un dialogo basato su uno scambio principalmente iconico. Oggi gli smartphone, internet, i social network confermano come i dati e le informazioni utilizzino soprattutto l'immagine per divulgare nuovi messaggi in ogni campo. Ma la fotografia per me non è solamente e in modo specifico il ricordo. Quando scatto immortalo un momento reale che poi con il tempo diventa inevitabilmente un flashback, principalmente intimista, che riporta alla luce una sensazione vissuta in un istante e luogo specifico della mia vita".

N. P. "Qual è la differenza di significato tra i paesaggi a colori e quelli in bianco e in nero?"

M. V. "Per me l'utilizzo della tecnica del bianco e del nero significa trasformare un qualcosa, un paesaggio che invento di volta in volta. Di conseguenza ciò che creo non è mai la figurazione di un'ambientazione reale".

N. P. "Sembrano, infatti, luoghi di serenità dove potersi rifugiare, nascondere in uno spazio protetto e di pace; è così? 

M. V."Le mie fotografie sono una meditazione sulla vita. Naturalmente essendo il pensiero complesso, differenti sono gli stati d'animo che si trovano rappresentati nei miei lavori".

N. P. "Qual è l'elemento che stimola la tua attenzione prima dello scatto? Cos'è che ti spinge a scegliere una particolare immagine della quotidianità e a tramutarla in una fotografia artistica? Qual è l'emozione che provi in questo incontro con il mondo?

M. V. "L'elemento che stimola la mia attenzione prima dello scatto è una riflessione su qualcosa che ho in mente e cerco di completarla. Provo ad individuare un sentimento, un pensiero, un'immagine, intesa in senso totale, che sia importante da trasmettere come messaggio e l'emozione che provo non è con il mondo ma con la fotografia in se stessa."

 

Mario Vidor (Farra di Soligo 1948) dalle prime esperienze pittoriche negli anni Ottanta, sposta la sua ricerca sulla fotografia,  focalizzando l'attenzione in due direzioni: l'indagine storico-scientifica e il linguaggio creativo. Alla sua prima pubblicazione Sulle terre dei Longobardi (1989), sono seguiti diversi altri volumi di fotografia, e alcune singolari cartelle foto-litografiche. Ha vinto molti premi: nel maggio 2003 ha ricevuto il riconoscimento B.F.I. dalla FIAF e nel 2014 il riconoscimento A.F.I. Ha tenuto numerosissime mostre personali (oltre 290) nelle principali città italiane e all’estero (Francia, Germania, U.S.A., Repubblica Popolare Cinese, Croazia, Austria, Slovenia, Canada, Russia) dove le sue opere sono conservate in importanti collezioni di musei e gallerie.

 

Noemi Pittaluga (Genova 1985) Laureata e specializzata in Saperi e tecniche del linguaggio teatrale, cinematografico e digitale presso l'Università La Sapienza di Roma; dopo un Master in Curatore museale e di eventi performativi dello IED, si sta specializzando in Storia dell'arte presso l'Università La Sapienza di Roma. Ha pubblicato il saggio Un'identità incerta tra vita e morte (Editoria e Spettacolo, 2012) e il libro Studio Azzurro. Teatro (Contrasto, 2012); dal 2010 lavora come curatrice indipendente e presso la Galleria Gallerati di Roma.

 

Mario Vidor

La nuvola perfetta

A cura di Noemi Pittaluga

Anteprima d'arte contemporanea (Piazza Mazzini, 27 - 00195 Roma - Scala A, terzo piano - Tel. + 39 06.37500282 - Fax + 39 06.37353754)

Partnership: Galleria Gallerati

Inaugurazione: venerdì 11 novembre 2016, ore 19.00 - 22.00

Fino al 31 Marzo

Orario: dal martedì al venerdì 15.30/19.00

Ufficio stampa: Anteprima d'arte contemporanea, Galleria Gallerati

Informazioni:  \n Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , www.anteprimadartecontemporanea.it

 

 

Piazza Mazzini, 27 - 00195 Roma - Tel. + 39 06.37500282 -  \n Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.  - www.anteprimadartecontemporanea

 

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Olaf Otto Becker Il paesaggio politico

 

La mostra in corso verrà prorogata fino al 30 Marzo 2016
Galleria: Anteprima d'arte Contemporanea - Roma
a cura di Camilla Boemio 

 

Il paesaggio Politico

Da più di venticinque anni la fotografia di paesaggio rappresenta l’interesse principale del lavoro di ricerca di Olaf Otto Becker. In modo particolare documenta le tracce visibili della sovra-popolazione umana in aree abbandonate; nelle quali confluiscono complessità di natura: scientifica, politica e artistica la cui analisi ha valenza ideologica(1).

Le serie Ilulissat  e Broken Line sono una riflessione sulla sensibilità umana e possono essere lette come un analisi sentimentale della natura: i cui primari aspetti comuni vengono ripresi dalla pittura dei secoli XVIII e XIX. Tuttavia, questo soggetto di genere non sempre ha occupato una posizione di tutto rispetto nella storia dell’arte.

L'impatto sul paesaggio romantico dato da Caspar David Friedrich ha forgiato un determinato pensiero estetico con le sue raffigurazioni come: 'Il Mare di ghiaccio (Il Naufragio della Speranza )‘ del 1823, allineando un’ osservazione della natura profondamente legata a un introspezione esistenziale ed un immaginario ben preciso.

Le Regioni artiche sono diventate preponderanti, anche grazie, alla pubblicazione di William Bradford 'The Arctic Regions: Illustrated with Photographs Taken on an Art Expedition to Greenland', edito a Londra nel 1873 dalla celebre Sampson Low, Marston, Low e Searle.

E' stato uno dei libri fotografici più importanti del XIX secolo, parte delle immagini sono state scattate con una macchina fotografica che aveva una dimensione negativa di circa 46 per 30 centimetri.

La serie Ilulissat di Olaf Otto Becker è il risultato dei suoi viaggi lungo la costa occidentale della Groenlandia, non in un piroscafo con una spedizione e un equipaggio, ma da solo, in un piccolo gommone Zodiac. Entrambi, citando nuovamente Bradford, hanno raggiunto approssimativamente la stessa posizione sulla mappa, intorno a settantacinque gradi a nord, nella baia di Melville. Ancora più importante, come nella spedizione Bradford, le intenzioni di Becker sono sempre sia artistiche che scientifiche.

Il suo lavoro documentaristico ha una profonda lirica e poetica. Rivelando la travolgente drammatica bellezza della coltre coperta di ghiacci; allo stesso tempo mostra la sua caducità, perché qui, nelle regione disabitata  della Groenlandia, l'influenza umana e il cambiamento climatico hanno conseguenze fatali: la polvere e la fuliggine, sotto forma di aria nera in combinazione con il riscaldamento globale, accelerano lo scioglimento delle lastre con risultati catastrofici; ormai non più evitabili.

I dettagli che emergono, da ogni singolo lavoro, sono un insieme magistrale relativo al processo di formazione: dei fori, dei canali, dei livelli della stratificazione, fino ai grandi laghi sotterranei; svelandoci l’ineluttabile intensità del sublime.

 

Uno sguardo tecnico all’autore -La fotografia di Becker è di grande formato ed ha un processo realizzativo necessariamente lento. L'iter inizia determinando ciò che deve essere fotografato, seguono: l'utilizzo del treppiede, della fotocamera e il necessario momento nel quale regolare la messa a fuoco. La preparazione è minuziosa e metodica. La procedura è quasi un rito che si ripete tutte le volte. Le immagini prodotte che hanno per soggetto la fotografia del paesaggio spesso tendono ad avere un impatto formale e nello stesso tempo profondamente contemplativo, come nel caso di Becker.

 

(1)   M. Warnke, Paesaggio politico. Per una storia delle trasformazioni sociali della natura, edito in Italia dall’Università Cattolica, 1996.

 

Bio:

Olaf Otto Becker (nato nel 1959, a Lübeck-Travemünde, Germany). Influenzato inizialmente da Josef Koudelka, Henri-Cartier Bresson e dalla fotografia russa; per poi tra gli altri avvicinarsi ai fotografi Americani come: Meyerowitz, Misrach, Paul Graham, Stephen Shore, Lewis Baltz, Robert Adams. E' un raffinato viaggiatore la cui abilità risiede nel narrare gli angoli più remoti e selvaggi del globo.

Tra le numerose esposizioni internazionali alle quali ha partecipato ,segnaliamo: El Paso Museum of Art, Texas; Tufts University Art Gallery, Boston; Whatcom Museum, Bellingham, Washington; Nevada Museum of Art, Reno, Nevada; Al Alt + 1000 festival de photographie de montagne, Rossinière, Switzerland; al The 2nd International Festival for Photography, Gallery Iang, Seoul; all' Ulsan International Photo Festival, South Korea; The National Museum of Photography, Copenhagen; nel 2008 a un Solo Project, con la Gallery f 5,6 a ART Basel.

 

Camilla Boemio è un curatore, un critico d'arte contemporanea, ed un consulente di progetti Universitari di ricerca la cui pratica di analisi tratta le politiche di partecipazione della curatela ed il filone arte-scienza. Boemio ha co-fondato e dirige la piattaforma AAC ed è curatore associato di  APT - Artist Pension Trust.

I suoi scritti e le sue interviste sono apparse in varie pubblicazioni, riviste di settore e cataloghi.

Ha co -realizzato 'Portable Nation' pubblicato da Maretti editore e supportato dal Berkeley Center of New Media; attualmente sta lavorando a una nuova pubblicazione sulla fotografia con l'università di Derby, Inghilterra; e ad un capitolo del saggio ‘Territories of Trauma and Decay' con la Punctum Books.

   

 

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